Si fa presto a parlare di “pompe bianche”

La Staffetta Quotidiana in data 5 Febbraio ha pubblicato una nota nella quale fa il punto della situazione in merito alle pompe bianche. “Sono ormai quasi cento i marchi indipendenti presenti nella banca dati dell’Osservatorio prezzi carburanti del ministero dello Sviluppo economico. E oltre 3.700 i punti vendita etichettati come pompe bianche. Una denominazione in molti casi riduttiva per una realtà molto articolata che va dalla grande rete consortile al singolo punto vendita, con una grande diversificazione nell’offerta di servizi, nella qualità dei punti vendita e nelle modalità di approvvigionamento”.

La nota è accompagnata da una tabella nella quale è riportata la distribuzione per regione dei punti di vendita delle società petrolifere integrate, della GDO e dei retisti indipendenti come desunti dal Dossier Prezzi di quasi quotidiana pubblicazione. Nota che vale la pena leggere e tabella da studiare cosa che mi permetto di  suggerire.

Da parte mia vi offro qualche considerazione.

Le 3.742 “pompe bianch”  rappresentano, in difetto (dovrebbero mancare all’appello ca. 2.000 pv) il 19% della rete italiana una realtà, peraltro in crescita, una realtà ben diversa da quella che qualche tempo fa qualcuno destinava ad una scomparsa in tempi brevi. E’ una realtà “figlia” di un mercato che non è frutto della casualità, e solo in parte di fattori esterni al sistema petrolifero italiano, piuttosto frutto di incerti obiettivi di lungo termine e di altrettanto incerte strategie dei market leaders.

Si tratta di una realtà, un nuovo segmento di mercato, che ormai dobbiamo considerare consolidato, almeno nella “idea” mentre è probabile che al suo interno intervengano fenomeni di ristrutturazione con lo sviluppo di quelle aziende per le quali giustamente SQ ritiene riduttivo la denominazione di “pompe bianche” ed il ridimensionamento di quelle meno strutturate.  Mi fa personalmente piacere annotare che anche SQ  abbia usato l’ aggettivo “riduttivo” perché il sottoscritto lo aveva fatto già con largo anticipo eliminando dal proprio vocabolario quel “pompe bianche” che appunto ritenevo riduttivo sostituendolo con “indipendenti”, da cui la denominazione della Associazione, pur conscio della grande disomogeneità all’interno del segmento di mercato rappresentato.

A mio modo di vedere, a prescindere dai pv ancora non censiti, il numero 3.742 di impianti “indipendenti” è a sua volta riduttivo perché, per avere un quadro completo del marcato, alla categoria degli “indipendenti” possono/devono essere associati quelli che operano come tali, anche se “colorati” perché gestiti nella logica degli indipendenti grazie a contratti di convenzionamento e di fornitura di tipo “Platt’s +” che le società petrolifere ormai tendono a garantire sempre in maggior numero anche alle reti minori. D’altra parte ho sempre sostenuto che “indipendente” è l’imprenditore privato che ha il controllo dei fattori che sono fondamentali per i risultati della sua azienda con l’uso di un marchio proprio che ha senso solo se rappresenta una opportunità in relazione alla situazione del mercato in cui si opera.

E’ interessante analizzare la percentuale di presenza riferita alla geografia: Veneto 42% (50% degli impianti indipendenti appartengono a 10 imprenditori privati); Campania 34%; Marche 31%; Abruzzo 24%; Emilia-Romagna 24%; Sicilia 23%; Puglia 20%; Lazio 17%; Piemonte 15% e le altre regioni a seguire.  Colpisce non tanto il prevedibile 42% di presenze nel Veneto ma piuttosto il fatto che la rete indipendente sia controllata solo da una decina di imprenditori privati che fa intuire una Regione Veneto definitivamente leader per lo sviluppo ed il consolidamento di questo segmento di mercato. Appare invece singolare la significativa presenza di reti indipendenti in Campania, Marche, Abruzzo, Emilia Romagna, Puglia, Lazio che contraddice la tesi che gli indipendenti si possono sviluppare solo laddove la logistica non è controllata dalle società petrolifere. Altra conferma del fatto che gli “indipendenti” non sono nati per caso !  

Sono considerazioni che conferiscono forza alla ipotesi di uno scenario di mercato futuro dove ci saranno solo 3 grandi player: le società petrolifere, la GDO, gli “indipendenti”, almeno quelli che sono, o si saranno, attrezzati con strutture operative efficienti tali da reggere il confronto con i primi.

Nella analisi di SQ, sono stati individuati 10 aziende con più di 30 impianti indipendenti per un totale di 546 pv come “maggiori”, 14 aziende “medie” per 1.010 pv e 50 come “minori” per un numero imprecisato di pv ai quali devono essere aggiunti quelli “non identificati” per un totale di ca.2.200 pv. Se attribuiamo ai “minori” ed ai “non identificati” una media di 4 pv/ciascuno potremmo ritenere che questi appartengano a ca.500 aziende diverse. Avremmo quindi un “totale indipendenti” attorno a 600-650 aziende.  Sono numeri di qualche importanza perché al di là della dimensione di questo segmento di mercato In questi numeri si può individuare anche il suo limite. Per essere competitivi nel mercato prossimo venturo forse sono già tante 10 aziende “maggiori”, a maggior ragione lo sono le 64 tra “medie” e “minori”, che dire delle 600 rimanenti ?

La proposta di cominciare ad entrare nell’ordine di idea di qualche forma di aggregazione, anche solo a livello sperimentale, vi appare dunque così irrazionale? Non si pensi soltanto ad un maggiore potere negoziale all’acquisto dei carburanti ma anche soltanto ai vantaggi delle tante sinergie da sfruttare. E che dire di una “holding strategica”, costituita dagli stessi imprenditori, una punto di riferimento per individuare obiettivi e strategie comuni almeno nelle loro linee fondamentali ? Prima o poi ne vogliamo parlare seriamente ?

I vostri commenti sono sempre benvenuti. Un saluto.

AP