Commenti su “Destinazione Italia – Il Ddl scomparso” – Lettera ad Associati NOI ed Amici vari

Cari Associati ed altri Amici, vorrei commentare l’articolo della Staffetta Quotidiana di lunedì 24 febbraio “Destinazione Italia, il ddlscomparso” nel quale si annotava che mentre Il decreto-legge “Destinazione Italia” è stato convertito inlegge, il secondo “pilastro” del Piano ovvero il disegno di legge che conteneva il piano per la razionalizzazionedella rete carburanti, non è neanche stato ufficializzato in un testo definitivo.Non mi è chiaro se l’articolo della Staffetta Quotidiana volesse essere una semplice nota di cronaca oppureuna esortazione a fare in modo che la scomparsa non diventasse definitiva. Per quanto mi riguarda ilcommento è in due sole parole: “ Per fortuna !”. Un sano senso critico dovrebbe farci ritenere che il piano dirazionalizzazione riportato nel decreto non passerebbe alla storia come la migliore soluzione per i problemiche si vorrebbero risolvere e quindi dobbiamo rallegrarci della sua scomparsa perché offre la possibilità diuna rivisitazione ex-novo.Una volta per tutte: sono senza alcuna riserva a favore della razionalizzazione ed alla modernizzazione dellarete di distribuzione carburanti, ormai una esigenza-emergenza assoluta per varie ragioni, aggiungo comenon ultima quella estetica perché sulle nostre strade, urbane e non, sono ancora presenti molti residuati diepoche lontane non diversi da quelli che appaiono in certe foto scattate in paesi del terzo, quarto, quintomondo.Mi piace pensare che l’impegno che di questi tempi varie persone stanno mettendo per trovare una soluzionefaccia sì che questa sia la volta buona con la presa di coscienza da parte di tutti del fatto che la sopravvivenzadi questa attività impone oneri di qualche consistenza e forse non uguali per tutti. Come per la politica anchein questo caso si tratta forse di una ultima chance….Ne viene che non può essere un progetto per una ristrutturazione “tanto per fare”, ma deve essere unprogetto per raggiungere determinati, chiari e certi, obiettivi da realizzarsi con modalità di esecuzioneadeguate, con tutti i distinguo del caso, sia alle finalità sia alle realtà oggettive. Può sembrare una assolutabanalità ma il piano “scomparso” mi dice che non è ancora così.Alle Istituzioni che inevitabilmente dovranno ancora una volta affrontare il difficile compito di valutareproposte e di fare delle scelte mi permetto di offrire qualche considerazione e qualche suggerimento.1. Impianti incompatibili: massima rigidità per quelli che lo sono rispetto alle leggi in vigore. Semmaianticipare la chiusura a tre, massimo sei mesi. Inutile perdere altro tempo: per la loro quasi totalità sitratta di impianti incompatibili da anni, forse da sempre, e nel caso c’è stato tutto il tempo per renderlicompatibili Quindi tolleranza zero.2. Massima cautela nel supportare l’idea di una razionalizzazione più spinta attraverso la radicalizzazione delconcetto di sicurezza. La sicurezza è una cosa seria e non può essere strumentalizzata come invece laformulazione del piano lascerebbe pensare. Troppi sono i fattori legati alla soggettività di giudizio e diinterpretazione che richiedono una standardizzazione come risultato di uno studio ampio e approfondito.Inoltre mi sembra veramente poco corretto far diventare non compatibile, imponendone la chiusura, unimpianto che invece lo è sulla base della normativa vigente solo perché improvvisamente qualcuno hadeciso di cambiare le regole del gioco, tra l’altro a solo “beneficio” dei punti di vendita carburanti trascurando altre categorie di attività. Infine una considerazione di sano buon senso: per qualche decennio non siamo stati in grado di chiudere gli impianti incompatibili ed ora pretendiamo di chiuderne molti più in forza di più rigidi criteri di sicurezza? Per favore, restiamo con i piedi per terra: cominciamo a chiudere tutti gli impianti incompatibili rispetto alle leggi vigenti poi tra sei mesi, un anno ne riparliamo.3. Personalmente non prenderei alcuna iniziativa in materia di incentivazione alla chiusura di impianti inefficienti fino a quando non disponessi della famosa “anagrafe della rete” a colmare così un inconcepibile vuoto di informazioni di base fondamentali per qualsiasi progetto di ristrutturazione. Parlare di incentivazione alla chiusura di impianti inefficienti senza avere gli elementi per ipotizzare le possibili conseguenze sul territorio equivale a giocare a mosca cieca. L’ anagrafe della rete mi consentirebbe infatti di trovare la risposta ad una domanda che non è di secondaria importanza: siamo certi che dobbiamo varare un progetto unico adeguato alle esigenze, ma anche alle reali possibilità del Nord e del Sud, dei soggetti “grandi” e dei “piccoli”, “dipendenti” o “indipendenti”? Dove sta scritto che deve essere un progetto unico che vada bene dal Brennero a Capo Passero? Chi ci impedisce di sviluppare piani di incentivazione diversi a fronte di un network oggettivamente diverso per consistenza numerica, qualità, servizi offerti, e perché no, efficienza? In altre parole, Siamo certi di sapere che cosa andiamo veramente cercando? Che non sia questo il vero problema da risolvere?4. A questo riguardo a colui che venisse a propormi un piano di incentivazione per la chiusura degli impianti “inefficienti”, proprio per essere certo di aver compreso i termini del problema, chiederei:a) La rete è diventata inefficiente all’ improvviso? Malgrado fosse noto a tutti il sovradimensionamento della rete come mai fino a ieri l’altro abbiamo registrato ancora investimenti per nuovi impianti, modernizzazioni, rebranding e praticamente nessuna chiusura di pv inefficienti almeno secondo il, pur molto discutibile, parametro dell’erogato?b) Perché alcune società invece di chiudere e smantellare gli impianti che evidentemente ritenevano non efficienti li hanno venduti a privati assicurando una sopravvivenza almeno temporanea con “flebo” di profittabilità somministrate in varie forme? La vendita a certi impianti nel mercato rete è inefficiente mentre è efficiente nel mercato extra rete?c) Perché le società continuano a proporre contratti di convenzionamento e di fornitura per impianti a basso erogato oppure si tende a farli sopravvivere trasformandoli in “ghost”?d) Il sovradimensionamento della rete della distribuzione non è forse la conseguenza di una strategia basata su volumi e quota mercato che le stesse società petrolifere hanno promosso e portato avanti da sempre con risultati economici che sarebbe logico presumere almeno soddisfacenti? Perché allora le Istituzioni sono oggi richieste di approvare un costoso (per il consumatore finale) piano di incentivazione alla chiusura per risolvere un problema riconducibile a errori di valutazione strategica oppure ad un comune rischio di impresa?e) Perché infatti la ristrutturazione della rete non viene considerata dalle società petrolifere, ognuna per suo conto, come un normale progetto di upgrading delle operazioni finanziato con mezzi propri reali o derivati dal vantaggio competitivo conseguente la ristrutturazione stessa? Non è quello che hanno fatto finora società ed imprenditori privati i quali la loro ristrutturazione l’hanno già attuata senza chiedere soldi a nessuno?f) Qual è lo scopo ultimo del piano di incentivazione? Immagino debba essere una maggiore efficienza della attività di distribuzione dei carburanti nel suo insieme e quindi minori costi da riflettere anche sui prezzi. Quale allora il punto di equilibrio tra efficienza ed efficacia-utilità? Quale è la rete ideale alla quale tendere, in numero, standard servizi, localizzazione?g) In quale modo e misura la chiusura degli impianti a basso erogato consentirà di ridurre i costi operativi e quindi in quale percentuale anche il prezzo alla pompa? Davvero un aumento di 200-300.000 litri/anno dell’erogato medio degli impianti “sopravvissuti” è la soluzione di tutti i problemi delsettore?! L’ efficienza è solo un problema di erogato?! Come si spiega il “caso autostrade”? Siamo certi che gli impianti più efficienti non siano quelli che vogliamo chiudere?h) In ogni caso quali sono gli economics del progetto visti dalla parte del consumatore? Nel piano del ddl Il costo per il consumatore è noto ma quale è il ritorno di questo suo investimento? Si è tenuto conto anche del maggior costo per l’aumento della percorrenza per arrivare al rifornimento? Chi e in che modo si fa garante del consolidamento nel tempo dei vantaggi acquisiti?i) Quali sono invece gli ipotizzabili economics a livello di singola società petrolifera a fronte di diversi livelli di efficienza di partenza? Per quale ragione aderiscono al piano le società che presumibilmente saranno penalizzate in termini di quota mercato dalla ristrutturazione per incentivazione? Quali sono le possibili ipotesi per un nuovo scenario di quote mercato nel post-ristrutturazione?j) Quali sono le motivazioni a sostegno del piano di incentivazione da parte delle associazioni dei retisti e delle rappresentanze dei gestori?k) Perché dovrei imporre per legge il contributo al fondo incentivazione a quei retisti virtuosi che la ristrutturazione l’hanno già portata a termine a beneficio di coloro che hanno contribuito alla inefficienza della rete?l) Perché mi si propone un piano di finanziamento degli incentivi a 5 anni quando la chiusura degli impianti inefficienti è programmata in 3 anni? Solo per diluire nel tempo riducendo l’impatto sui conti economici delle aziende che anticipano il contributo e per facilitare il trasferimento immediato a carico del consumatore finale?m) Piuttosto che parlare di incentivazione alla chiusura degli impianti inefficienti perché non affrontare il discorso dei modi e dei tempi per lo smantellamento degli impianti ed il nodo della bonifica dei siti?n) Che cosa c’è di sbagliato nel lasciare che la ristrutturazione sia il risultato delle dinamiche di mercato? Non sarebbe sufficiente fissare i prezzi alla pompa sulla base dei costi reali e puntuali associati alla doverosa remunerazione, del fornitore, del gestore, del proprietario, lasciando di fatto al consumatore la decisione se mantenerli operativi pagando prezzi più alti o se decretarne il disinvestimento? Perché una ristrutturazione che si realizzasse in questo modo dovrebbe essere catalogata, e quindi temuta, come “selvaggia”?Mi rendo conto che molte, forse tutte, queste domande sono già state poste e quindi la mia possa risultare una inutile lista. In realtà è un invito implicito a rivisitare criticamente le risposte che sono state date magari per scoprirle meno convincenti di quanto sia apparso finora. Un esercizio che potrebbe suggerire l’opportunità di riconsiderare il progetto ex-novo, naturalmente “incompatibili” a parte, perché questa volta non ci possiamo davvero permettere di sbagliare.